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Tuesday, December 6, 2011

Sulla verità, sui divertimenti, sul matrimonio

La Filotea Parte Terza, Capitoli 30-41
Gruppo in lingua italiana: 
Emmanuel Camilleri, con Gabriel Stawowy

Emmanuel Camilleri e Gabriel Stawowy
5 dicembre 2011

Nel capitolo 30, il Santo continua a dare consigli sul parlare. Lui suggerisce che il parlare sia “pacato, schietto, sincero, senza fronzoli, semplice e veritiero. Tienti lontano dalla doppiezza, dall’astuzia e dalle finzioni”. Non è mai lecito dire le bugie, e non ci sono scuse per dirle. Dio è Dio della verità. Se uno dice una bugie senza essere cosciente del fatto, allora si deve chiedere scusa perchè “le scuse sincere hanno più delicatezza e più forza convincente per scusarci di qualunque menzogna”.

Ci sono, comunque, delle circostanze serie nel quale è permesso “con prudenza e discrezione, alterare e nascondere la verità con un giro di parole”. Ma questo quando c’è la certezza che quello che si fa lo si fa e richiesto per la gloria di Dio e verso il suo servizio, fuori da queste circostanze “i giri di parole o le astuzie verbali sono pericolose perché, come dice la Parola di Dio, lo Spirito Santo non abita in un’anima falsa e doppia”. Il Santo raccomanda anche di camminare con semplicità perchè così si avanza con fiducia. Ma la menzogna, la doppia faccia e la simulazione sono segno di uno spirito debole.

Il Santo non chiede a Filotea di non parlare o di parlare poco, ma di non dirne inutili parole perchè quello che è importante non è tanto la quantità delle parole ma la qualità. Secondo il Santo savioardo “bisogna evitare i due estremi: darsi troppo un contegno sostenuto e severo, rifiutandosi di partecipare alla conversazione familiare, il che mi sembra che denoti mancanza di fiducia e anche un certo disprezzo degli altri; d’altra parte il ciarlare e il cicalare senza soste, senza mai lasciare spazio agli altri per dire una sola parola, sarebbe segno di leggerezza e insulsaggine”. Suggerisce anche di non parlare nell’orecchio di qualcuno in presenza di altri per non dare spazio al sospetto.

Nei divertimenti semplici, si usa la misura giusta
San Francesco poi passa per parlare dell’importanza di rilassare lo spirito e il corpo. Non dobbiamo essere rigidi con noi stessi che non permettiamo nè a noi stessi nè agli altri alcun genere di divertimento. Questo è sicuramente un vizio! I divertimenti semplici come un passeggiata, andare a caccia, suonare uno strumento, sono tutti onesti. Basta che si usa la misura giusta e di non esegerare. Questo vale anche per i giochi onesti nei quali la vittoria “premia e ricompensa la destrezza e l’inventiva del corpo e dello spirito”. Si deve sempre guardarsi dagli eccessi. Qui è il segreto per una vita bilanciata. Non si deve andare in eccesso nel tempo impegnato, nei soldi spesi altrimenti diventa un “occupazione” più che un divertimento. In questo caso “non ne traggono giovamento né lo spirito, né il corpo, anzi alla fine ti troverai stordito e stanco”. Non si deve prestare il proprio affetto a nessun gioco perchè “metterci dentro il cuore e il proprio affetto è sempre male! Non dico che non si debba provar piacere mentre si gioca, non sarebbe più un divertimento, ma ti dico di non impegnarci il cuore per desiderarlo, perderci tempo e agitarti”.

Ci sono dei giochi che, secondo il nostro Santo, sono proibiti. Questi sono quei giochi dove “la vittoria dipende più dalla fortuna che altro”. Questi sono anche pericolosi. Ma dov’è tutto questo male? In questi giochi non è la ragione che dà la vittoria ma il caso, cioè vince quello che non merita di vincere. In questo caso la ragione è umiliata. In oltre, questi giochi “hanno il nome di divertimenti e sono fatti per questo; e invece proprio non lo sono, ma sono soltanto occupazioni a tempo pieno”. Lui riferisce qui per i giochi dei dadi e delle carte. In più questi giochi creano un tensione e perciò non son divertenti perchè temgono lo spirito caricato e teso “da un’attenzione continua, e agitato da insistenti inquietudini, ansie e paure”. Durante questi giochi non “si può parlare, non si può ridere, nemmeno tossire, altrimenti i giocatori si stizziscono”. Poi sembra che non c’è mai gioia se uno non vince. Questi giochi spingono l’individuo di desiderare sempre a vincere. Poi se uno vince lo fa a scapito del compagno. Questi soni le ragioni perchè questi giochi sono proibiti.

Divertimenti semplici: una passeggiata a Point Reyes sul Pacifico
Ci sono anche passatempi che sono leciti ma periolosi. È vero che di natura loro, i balli e le danze sono indifferenti. Ma se diventino un abitudine si “manifesta una forte inclinazione e tendenza al male. Per tale motivo costituiscono sempre un certo pericolo”. Certi balli sono pericolosi perchè aprono le porte per le tentazione. Magari vediamo che c’è un ballo che è bello e migliore. Questi tipi di balli sono da evitare. Ma ci sono delle volte che non possono evitare. In questo caso se si trova in una situazione per cui non le è possibile trovare plausibili giustificazioni per dispensarsi dal ballo, Filotea deve curare che la danza sia ‘ben preparata’. E con che cosa si prepara? Con “modestia, dignità e retta intenzione”.

Il Santo passa ad avvertire in che modo possono affettuare l’anima questi balli. Usa i funghi come paragone. I funghi assorbono tutto quello che velenoso intorno a loro. Nello stesso modo “I balli, le danze e simili riunioni equivoche ordinariamente assorbono tutti i vizi e i peccati che dominano in un ambiente: le dispute, le invidie, le beffe, gli amori folli. Allo stesso modo che il ballo apre i pori del corpo di coloro che vi si impegnano, contemporaneamente apre anche i pori del cuore; per cui, se qualche serpente, approfittando dell’occasione, viene a sussurrare qualche parola lasciva all’orecchio, qualche corteggiamento, qualche moina, o addirittura qualche basilisco viene a gettare sguardi impudichi, occhiate d’amore, i cuori sono molto arrendevoli e si lasciano facilmente conquistare ed avvelenare”. Dopo i balli che Filotea non può evitare per qualche motivo, lei è invitata a fare “qualche santa e buona riflessione, per bloccare le impressioni pericolose che il piacere che hai provato potrebbe aver risvegliato nella tua anima”. Filotea è invitata a pensare un pò cosa stav succedendo quando lei ballava. È un esercizio più che altro per mantenere l’anima sulla guardia e anche su ogni eventualità che può succedere a lei se si dà dentro i balli. Lei deve avere sempre lo sguardo sull’eternità.

Giocare e danzare, secondo Francesco, sono leciti quando si fanno per divertimento e non per affetto e devono essere per un breve tempo. Ma quando si può giocare e danzare? “...gioca e danza alle condizioni che ti ho indicato, quando te lo consiglieranno la prudenza e la discrezione per accondiscendere e far piacere all’onesta compagnia nella quale ti troverai; la condiscendenza è figlia della carità e come tale rende buone le azioni indifferenti e permesse quelle pericolose”. Facendo così, la Filotea riesce perfino a togliere la malizia in quei giochi, cioè a darli un svolta differente.
Francesco poi passa a parlare della fedeltà nelle occasione piccole e grandi. Comincia a dare via all’argomento dagli occhi. Perché? Essi sono, secondo lui, “nessuna è più nobile dell’occhio, sia per la sua perfezione come organo, sia per la sua attività; e niente è più trascurabile di un capello”. Lo Sposo Divino vuole che noi capiamo che non gli sono accette solo “le opere importanti dei devoti, ma anche le minori e quelle che sembrano di nessun conto”. Lui sarà contento se noi lo serviamo nelle piccole e nelle grandi cose. Questo significa che Filotea deve essere preparata a soffrire grandi afflizioni per il Singore a decidersi di fargli dono di quanto hadi più prezioso “sempre che si degni di accettare: padre, madre, fratello, marito, moglie, figli, i tuoi occhi e la tua vita; a tutto ciò devi preparare il cuore”.

Quando la Divina Providenza ci manda afflizioni acute e pesanti non ci chiede l’occhio! Ma almeno noi li dobbiamo dare i capelli! Francesco vuol dire di sopportare “con dolcezza le piccole offese, gli inconvenienti insignificanti, quelle sconfitte da poco sempre all’ordine del giorno; per mezzo di tutte queste piccole occasioni, usate con amore e direzione”, conquisteremo totalmente il cuore del Singore e lo faremo nostro. Come usiamo con amore gli afflizioni? “I piccoli gesti quotidiani di carità, un mal di testa, un mal di denti, un lieve malessere, una stranezza del marito o della moglie ... a farla breve, tutte le piccole contrarietà accettate e abbracciate con amore fanno infinitamente piacere alla Bontà divina, che, per un bicchiere d’acqua, ha promesso il mare della felicità completa ai fedeli; e siccome queste occasioni si presentano in continuazione, servirsene bene è un mezzo sicuro per accumulare grandi ricchezze spirituali”.

Dobbiamo dare importanza alle occasioni piccole
Le occasioni grandi per servire Dio si presentano raramente nella nostra vita. Ecco perché dobbiamo dare importanza anchè alle cose e occasioni piccole perché queste si presentano più spesso e quotidianamente. Se siamo fedeli nelle piccole cose, saremo anche fedeli nelle grandi e perciò avremo più responsabilità. In tutto, è importante fare la volontà Divina: “Sia che tu mangi, sia che tu beva, sia che tu dorma, sia che ti diverta, sia che tu giri lo spiedo, purché tu porti avanti bene le tue faccende, trarrai sempre grande profitto al cospetto di Dio, perché fai tutte le cose che Dio vuole che tu faccia”.

La ragione donata a noi da Dio ci fa diversi dagli animali. Questo dono della ragione ci guida, allora, ad essere giusti e ragionevoli. Ma, purtroppo, molti non usano la ragione. Questo sarebbe “perché l’amor proprio abitualmente offusca la ragione, e insensibilmente ci conduce a mille generi di ingiustizie e cattiverie, piccole sì, ma pericolose, che, come le piccole volpi di cui parla il Cantico dei Cantici, distruggono le vigne: essendo piccole nessuno ci fa caso ma siccome sono numerose, producono seri danni. ‘Non pensare che quello che ora dirò siano cattiverie e discorsi senza fondamento”. Molte volte accusiamo gli altri e perdoniamo noi stessi per ancanze più grandi. Sembra, in qualche occassione, che noi abbiamo due cuori “ne abbiamo uno dolce e cortese per noi, e uno duro, severo, intransigente per il prossimo. Usiamo due pesi: uno per pesare le nostre comodità, caricando il più possibile, l’altro per pesare quelle del prossimo, alleggerendo più che possiamo. La Scrittura dice che le labbra ingannatrici hanno parlato in un cuore e in un cuore: con ciò vuol dire che hanno due cuori; avere due pesi: uno forte, per riscuotere e un altro leggero, per pagare, è cosa abominevole davanti a Dio”.

Il Santo invita la Filotea di essere costante e gusta nelle sue azioni. Si deve mettersi al posto del prossimo e mettere lui al suo. In questo modo essa può giudicare rettamente. Le suggerisce “quando compri fa la venditrice e quando vendi fa la compratrice e vedrai che riuscirai a vendere e comprare secondo giustizia”. È vero, sono piccole ingiustizie, ma non c’è nessuna scusa per correggerci. Spesso dobbiamo eseminare il cuore “per vedere se verso il prossimo si comporta” come vorremo che si comportasse lui nei nostri confronti se noi fossimo al suo posto; “qui sta la ragionevolezza”.

Nel capitolo seguente parla dei desideri. Invita a tenersi lontani dai desideri di cose viziose perché il desiderio del male ci rende cattivi. Lui aggiunge di “non desiderare le cose che sono pericolose per l’anima, come i balli, i giochi e i passatempi in genere; non desiderare le cariche e gli onori, nemmeno le visioni e le estasi, perché in queste cose c’è un grave pericolo di vanità e di inganno. Non desiderare le cose molto lontane nel tempo, ossia che per lungo tempo non potranno capitare, cosa che fanno molti stancando ed impoverendo inutilmente i loro cuori; per di più si mettono in una situazione di continua agitazione”. Se un giovane desidera un incarico che ancora non può avere, quel desiderio non gli serve a niente; è un desderio inutile. Questi desideri occupano il posto di altri desideri che dobbiamo avere e cioè la pazienza, la rassegnazione, la mortificazione, l’obbedienza, la dolcezza verso le nostre sofferenze. E quello che Dio vuole da noi nel momento presente!

Ognuno è chiamato a vivere la sua propria vocazione. Non ha alcun senso desiderare un altra vita di un altro genere diversa dalla sua. Ciò “distrae il cuore e lo rende fiacco per i doveri che gli sono propri... Non vorrei nemmeno che si desiderassero i mezzi che non si hanno per servire Dio. Questo per i desideri che distraggono il cuore; quanto invece al semplice augurio, non porta alcun danno; l’importante è che non sia troppo insistente”.

Sotto la guida del direttore spirituale, Filotea deve cercare di scegliere tra tanti desideri quelli che può attuare e portare a compimento nel momento presente. Su questi di deve impegnarsi molto e non correre dietro is sogni. Chiede a Filotea di non “accantonare nessun genere di desideri” ma di “metterli in ordine”. Ci saranno dei desideri che desideriamo ottenere. Su questi scrive che se non si può realizzare ora di metterli “da parte, in un angolino del tuo cuore, fino a che non giunga il loro momento; nel frattempo realizza quelli che sono maturi e di stagione. Quello che dico non vale soltanto per i desideri spirituali, ma anche per quelli del mondo: se non riusciamo ad agire in questo modo saremo sempre anime inquiete e nell’affanno”.

Filotea si decide di portare a compimento il dovere del momento attuale
Il Santo volge poi lo sguardo verso le persone sposate. Il matrimonio, essendo un grande sacramento, dev’essere onorato da tutti e in tutti: “Da tutti, perché anche le nubili devono onorarlo con umiltà; in tutti, perché è ugualmente santo tra i poveri e tra i ricchi; nella sua totalità, perché la sua origine, il suo fine, i suoi vantaggi, la sua forma e la sua materia sono santi”. Il Matrimonio dovrebbe essere protetto da tutti “perché è l’origine e la sorgente di tutti i ruscelli che le danno vita”. Anche nella vita matrimoniale c’è un invito alla santità. Questo avviene dall’amore reciproco degli sposi reciproco “che lo Spirito Santo tanto insistentemente raccomanda loro nella Scrittura”. Ma il loro amore dev’essere come l’amore dello Sposo Divino: “Sposi cari, se vi amate reciprocamente soltanto di amore naturale, non fate gran che: anche le coppie di tortore si amano così. Se vi amate di un amore umano, non aggiungete gran che: anche i pagani si amavano in tal modo. Ma io vi dico con il grande Apostolo: Mariti, amate le vostre mogli come Gesù Cristo ama la sua Chiesa; mogli, amate i vostri mariti come la Chiesa ama il suo Salvatore”.

È stato il Signore Dio a presentare Eva ad Adamo. Queto fà dall’amore tra i due un amore santo, sacro e divino. Da qui escono allora tre effetti di questo amore: “Il primo effetto di questo amore è l’unione indissolubile dei vostri cuori...Dio unisce l’uomo e la donna con il proprio sangue; ecco perché questa unione è così forte che sarà più facile che l’anima si separi dal corpo che il marito dalla moglie. Questa unione va intesa in primo luogo riferita al cuore, all’affetto, all’amore e non al corpo”. Il secondo effetto di questo amore “deve essere la fedeltà inviolabile di uno per l’altra ... La Chiesa, tramite il sacerdote, benedice un anello e in primo luogo lo consegna all’uomo, per significare che in questo modo marca e sigilla il suo cuore con questo Sacramento, perché in esso non entri mai più il nome o l’amore di un’altra donna, finché vivrà colei che gli è stata data; poi lo sposo mette l’anello nella mano della sposa perché anche lei sappia che mai più in seguito il suo cuore dovrà accogliere affetto per un altro uomo diverso da quello che il Signore le ha dato, finché vivrà su questa terra”. Infine, il terzo frutto o effetto del matrimonio è la generazione dei figli, la legittima generazione, e la loro crescita: “Voi, sposi, godete di un onore molto grande, giacché Dio, volendo Moltiplicare le anime che lo lodino e lo benedicano per l’eternità, vi ha scelto per cooperare a un così grande disegno, affidandovi la generazione dei corpi nei quali egli fa scendere come gocce celesti le anime che crea appositamente per infonderle in quei corpi”.

Per questo i mariti devono rispettare le loro mogli e nutrirle di un amore tenero, costante e profondo. Quando la donna si sente debole in corpo o in spirto questo non dovrebbe creare nell’uomo qualche risentimento ma “una dolce e amorevole comprensione, perché è Dio che le ha create così”. Le donne devono amare i mariti con tenerezza e cordialità perchè loro sono stati dati in dono da Dio. Insiste molto sull’amore reciproco e di combattere la gelosia: “capita spesso che le mele più delicate e più mature abbiano il verme; la stessa cosa può capitare tra gli sposi: dall’amore più ardente e premuroso può nascere il verme della gelosia che guasta e fa marcire tutto. Comincia con le discussioni, poi le discordie e infine le divisioni. La gelosia non potrà mai entrare dove c’è un’amicizia reciproca fondata sulla virtù sincera; infatti la gelosia è segno di un amore sensuale e che cresce dove trova una virtù manchevole, incostante e diffidente”. Come esempio e modelli per loro devono guardare i Santi e le Sante sposati o sposate perché “L’amore e la fedeltà unite insieme generano sempre libertà e confidenza; ecco perché i Santi e le Sante nel matrimonio hanno usato di molte reciproche carezze, carezze piene d’amore, ma caste; tenere, ma sincere”.

San Francesco suggerisce di celebrare l’anniversario del matrimonio, una abitudine usata già al tmepo di San Gregorio Nazianzeno. Introdurla però nella perspettiva giusta purché “non fosse la copertura per divertimenti mondani e sensuali, ma che i mariti e le mogli, confessati e comunicati in quel giorno, raccomandassero a Dio, con un fervore più intenso che d’abitudine, il progresso del loro matrimonio, e rinnovassero i buoni propositi di santificarlo sempre più con un’amicizia e una fedeltà reciproca; sarebbe il modo di riprendere fiato in Nostro Signore per sopportare sempre meglio il peso della loro vocazione”.

Sposi novelli, John e Megan, 2011

Questo amore porta ad esercitare l’onestà nel letto martimoniale il quale dev’esser immacolato “ossia non contaminato da impudicizie e altre innominabili brutture”. Il Santo fa un paragone tra il piacere nel mangiare e il piacere sessuale: i due hanno a che fare con la carne. Dopo aver dato dei punti come paragone, egli dice che in verità “il rapporto matrimoniale che di natura sua è così santo, giusto e raccomandabile, tanto utile alla società, in certi casi può diventare pericoloso per gli interessati; sì, perché qualche volta rende le loro anime molto malate di peccato veniale, questo con i semplici eccessi;(come si può far male con il cibo eccessivo) ma qualche altra volta le fa addirittura morire con il peccato mortale, come quando viola e perverte l’ordine naturale stabilito per la generazione dei figli, nel qual caso, in proporzione alla gravità della violazione di quell’ordine, i peccati, sempre mortali, possono risultare più o meno esecrabili. Siccome la procreazione dei figli è il primo e principale fine del matrimonio, non ci si può mai scostare dall’ordine da esso richiesto, anche se per causa di qualche altra circostanza non dovesse essere conseguito: esempi, la sterilità o la gravidanza in corso, nei quali casi evidentemente non c’è procreazione; in tali circostanze il commercio corporale non cessa di essere giusto e santo, sempre che siano osservate le regole per la generazione, perché nessuna circostanza potrà mai togliere valore alla legge imposta dal fine principale del matrimonio”.

Dopo una relazione matrimoniale avvenuta nel letto, il Santo suggerisce di purificarsi i cuori per “non rimanere impantanati col cuore nelle sensualità e nei piaceri provati secondo la loro condizione; ma una volta passati, bisogna lavarne il cuore e gli affetti, purificarsi il più presto possibile, per potere in seguito, in libertà di spirito, affrontare le altre azioni più pulite ed elevate del proprio stato”.


Poi passa parlare di quelli che hanno avuto l’esperienza del matrimonio ma che ora si sono trovati vedovi. La vedova “deve essere non soltanto vedova di corpo, ma anche di cuore, ossia deve aver deciso, con una ferma risoluzione, di mantenersi nello stato di una casta vedovanza”. Lui dice che le vedove che hanno intenzione di risposarsi sono separati dagli uomini solo in corpo, ma non nella loro intenzione. Le vedove vere che desiderano rianare tale, possono fare un voto per sentirsi più stabili. Una vedova, offrendo il suo cuore con un voto a Dio “il suo corpo e la sua castità, aggiungerà un bell’ornamento alla vedovanza e metterà al sicuro la sua decisione”. Il voto di rinunciare alle nozze, dev’essere fatto senza secondi fini e con semplicità “per rivolgere con maggiore purezza tutti i propri affetti a Dio, e unire il proprio cuore, con tutte le sue parti, a quello della divina Maestà; anche il desiderio di lasciare ricchezze ai figli o qualche altro progetto urnano, può offrire alla vedova motivo di rimanere nella vedovanza, e probabilmente ne riceverà anche lodi, ma non davanti a Dio, giacché davanti a Dio niente può ricevere lode autentica se non è fatto per Lui”. Infine, una vedova vera, dev’essere pronta a distaccarsi dalle gioie del mondo e privarsene volontariamente. Non si deve pretendere d’essere vedova e poi cerca i corteggiamenti; dev’essere veramente vedova nel cuore e nel corpo.

La vedova che ha ancora figli bisognosi di lei e della sua guida e formazione, non può abbandonarli per distaccarsi dal mondo; per nessuna ragione lei smette di essere madre per loro, di nutrire le loro anime con sapienza e amore. Nel caso che i figli sono ormai indipendenti e possono badare a loro stessi allora “la vedova deve raccogliere tutti i suoi affetti e pensieri per impegnarli più puramente al suo avanzamento nell’amore di Dio”. Lei è invitata a non immischairsi nelle vicende legali e se è chiamata per questo lo fa con un metodo pacifico. È invitata alla preghiera siccome ora deve nutrire amore solo per Dio perché il marito non c’è più. Essa cerca anche di praticare le virtù, le propie virtù della vedova, cioè “il totale riserbo, la rinuncia agli onori, al rango, alle riunioni, ai titoli e simili vanità; il servizio dei poveri e degli ammalati, la consolazione degli afflitti, l’iniziazione delle ragazze alla vita devota, e quella di rendersi un perfetto esempio di ogni virtù per le giovani donne”. La pulizia e la semplicità siano i due elementi che la guidano nel vestirsi; la carità e l’umiltà guidano le sue azioni; l’onestà e il tratto gentile guidano le sue conversazioni; il riserbo e la pudicizia, guidano i suoi occhi. Infine, lei gurada Gesù Cristo Crocifisso come il suo unico amore del suo cuore.


Un ultima parola è rivolta alle vergini. Se loro aspirano per il matrimonio, devono conservare il loro amore per il primo marito. Non li deve offrire un cuore “già usato, adulterato e consumato nell’amore”. Questo sarebbe un inganno. Ma se loro hanno l’intenzione di consacrarsi totalmente al Signore dove trovano la loro felicità delle verginali nozze spirituali allora devono conservare “l’amore nel modo più delicato possibile, per lo Sposo divino che, essendo la Purezza incarnata, nulla gradisce quanto questa virtù. A Lui dobbiamo tutte le primizie, ma principalmente quelle dell’amore”. In ogni caso, esse sono invitate a cercare una guida sotto la quale condotta loro possono santamente consacrare il loro cuore e il loro corpo alla Divina Maestà.

Testo: Manny Camilleri
Fotografie di Joe

Tuesday, November 29, 2011

La povertà e le passioncelle

Filotea, Parte Terza, Capitoli 16-29
Gruppo in lingua italiana: 
Emmanuel Camilleri

Assenti i compagni, nostro Manuel ha continuato la riflessione
28 novembre 2011

Non basta essere poveri di fatto, ma si deve cercare di esserlo anche nello spirito perchè è nel cuore che si svolge il vero distaccamento delle cose materiali. Filotea non è sola in questo; stà nella compagnia del Signore, della Madonna e di tanti santi. La povertà è venuta ad incontrare Filotea invece che lei se ne andata alla ricerca di essa. La si deve abbracciarla perchè è l’amica del cuore di Gesù.

Due sono i privilegi della povertà di Filotea. In primo luogo non l’ha scelta lei ma è la volontà di Dio. Quello che riceviamo dalla Sua volontà sarebbe gradito di più a Lui se lo accettiamo volontieri. In secondo privilegio è di essere povera sul serio, cioè non vivere una povertà per ricevere lode, essere corteggiata o aiutata e assistita. Se questa è l’intenzione, allora non è una vera povertà. Perciò non si deve lamentarsi della propria povertà. Se le dispiace perchè è povera, allora non è povera nello spirito. È assurdo, daltronde, di volere essere povera ma allo stesso tempo non vuole patire gli inconvenienti. Non si deve vergognarsi di essere povera.

Cammino di fede… o forse una stradetta maltese (Lunzjata)
Il nostro Santo poi passa a parlare della amicizia. L’amore occupa il primo posto nell’anima perciò è importante di essere sempre attenti alle scelte che si fanno. Se si ama le cose cattive, di conseguenza di diventa cattivi. L’amicizia è l’amore più pericoloso perchè è fondata sulla comunicazione. L’amicizia ci fa partecipare delle qualità della persona che amiamo e di conseguenza la scelta degli amici dev’essere saggia. Si deve ricordare che non ogni amore è amicizia. Si può amare senza essere riamati; non basta che sia ricambiato l’amore: le parti che si amano, devono saperlo; coloro che si amano, devono avere qualche bene in comune. L’amicizia “si differenzia secondo la diversità dei modi di comunicare e i modi di comunicare si differenziano secondo i beni che costituiscono l’oggetto dello scambio: se si tratta di beni falsi e vani, l’amicizia è falsa e vana; se si tratta di beni veri, l’amicizia è vera; e migliori saranno i beni, migliore sarà l’amicizia”.

L’amicizia non si deve fondare sullo scambio del paicere dei sensi; questa è un’ amicizia “grossolana” e non merita neanchè il nome di amicizia. Anche quella fondata su virtù frivole e inutili perchè queste virtù dipendono dai sensi: “per tale ragione le amicizie che hanno tali fondamenti si chiamano sensuali, vane e frivole e meriterebbero più di essere chiamate follie che amicizie”.

Per quanto riguarda le passioncelle (in Inglese Flirts o Fond loves) sono quelle amicizie “allegre” che non portano all’intenzione di sposarsi. Il Santo li chiama “aborti” o “fantasie di amicizie”. A queste non si deve neanchè dare il nome di amicizie perchè sono “vuote e senza senso”. L’amore vero non si basa su queste passioncelle. Molti sono spinti per appagare il cuore del dare e ricevere amore senza riflessione interna. Altri invece si lasciano andare per la vanità; altri dalla tendenza all’amore e dalla vanità perchè vogliono aggiungere un pò di “gloria”. Queste amicizie “sono cattive, folli e vane: cattive, perché vengono e finiscono nel peccato della carne; rubano l’amore, e di conseguenza anche il cuore, a Dio, alla moglie, al marito, a chi era dovuto; folli perché non hanno basi, né motivazioni serie; vane, perché non recano alcuna utilità, nessun onore, nessuna gioia”. Queste anime sono deboli e non sanno cosa vogliono dalla vita; per questo “la loro brama è insaziabile ed alimenta, senza soste, nel loro cuore, eterne diffidenze, gelosie e tormenti”. È pericoloso starci al gioco di qualche passioncella. Poco a poco si cominicia a diventare dipendente su essa. C’è il rischio che l’anima sia presa da un grande fuoco che la danneggia seriamente. L’amore va vissuto profondamente e non incantato. Non si deve rischiare in nessun modo la parte più nobile dell’anima, cioè l’amore. Dio vuole “l’uomo solo per l’anima, l’anima solo per la volontà e la volontà solo per l’amore”. Dio nostro è così grande che hariservato l’amore della nostra anima per lui. Cosa diremo quando Lui ci chiede di dare conto delle nostre azioni? Il noce dannegga i campi dove è piantato perchè assorbe tutte le sostanze della terra. Le sue foglie, grandi e robusti, creano danno. Lo stesso va detto per le passioncelle che “producono danni simili all’anima; l’occupano talmente e condizionano così potentemente i suoi movimenti, che essa non è più disponibile per alcun’altra opera buona; le foglie, ossia i chiacchiericci, i divertimento e i corteggiamenti sono così frequenti che non lasciano spazio; infine attirano così numerose le tentazioni, le distrazioni, i sospetti e tutto ciò che vi si accompagna, sicché il cuore ne è rovinato e calpestato”. Essi allontano l’amore celeste e il timor di Dio.

L’amore vero va conservato con le amicizie vere
L’amore vero e autentico va conservato con le amicizie vere. Si deve amare tutti, è vero, ma non si deve legare a tutti, senza alcun discernmento profondo. Le vere amicizie sono quelle con persone che possono operare con la Filotea un scambio di cose virtuose. Se lo scambio avverrà “nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un’amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio”.

Amare sulla terra come si ama in cielo è una possibilità che nasce dalle amicizie spirituali. Le altre amicizie sembrano per il Santo come “fantasmi” e i loro legame è come “anelli di vetro”. Filotea deve stringere amicizie del tipo spirituale. Nei conventi e nei monasteri non sorge questo problema. Ma per quelli che vivono nel mondo e abbracciano la vera virtù, è indispensabile avere queste amicizie. Comunque, la perfezione non consiste nel non avere delle altre amicizie, ma consiste nel averne una “buona, santa e bella”.

C’è un miele, dice il Santo, il miele di Eraclea, che assomiglia molto il miele comune. Ma il miele di Eraclea è molto velenoso. Si può dare il caso che uno prendesse il primo invence del secondo. La stessa attenzione si deve fare nel scegliere le amicizie e d’essere capaci di fare una distinzione tra le amicizie cattive e quelle buone. Si deve sempre valutare l’amore vero e autentico: “Si comincia sempre dall’amore virtuoso, ma, se non si è molto saggi, si insinua presto l’amore frivolo, poi si passa all’amore sensuale, poi a quello carnale”. Ma il pericolo esiste anche nell’amore spirituale “benché in questo sia molto più difficile la confusione e l’equivoco, perché la sua purezza e il suo nitore rendono più evidenti le brutture che Satana vuole insinuarvi: ecco perché il diavolo, quando ci prova, fa le cose con maggior finezza e tenta di far scivolare le brutture quasi impercettibilmente”. Distinguere l’amicizia del mondo da quella che è santa e come distinguere tra il miele velonoso e quello buono. Il miele velenoso “una volta ingoiato, provoca dei capogiri; allo stesso modo l’amicizia futile provoca dei disorientamenti di spirito che rendono insicura la persona nella castità e nella devozione”. Invece, l’amicizia santa guarda l’amore con occhi semplici e casti e sa controllare le cortesie.

Il miele dell’amicizia cattiva è velenoso (duomo, Valetta) 

E come il miele di Eraclea turba la vista, così le amicizie mondane turbano il senno nel senso che quelli che ne sono colpiti pensano che ne stanno facendo la cosa giusta, invece stanno facendo quella sbagliata. Molte volte queste persone cercano anche delle giustificazioni per il loro agire. Invece l’amicizia santa “ha gli occhi luminosi e non si nasconde, anzi si fa vedere volentieri dalla gente per bene”. E come il miele velenoso lascia un sapore forte e amaro avviene lo stesso nelle false amicizie “che si tramutano e finiscono in parole e richieste carnali e degne delle fogne; in caso di rifiuto, esploderanno le ingiurie, le calunnie, le imposture, le tristezze, le confessioni e le gelosie che si concludono quasi sempre nell’abbrutimento e in isterismi; l’amicizia pulita è sempre uguale nell’onestà, educata e amabile, e si muta soltanto in una unione degli spiriti più pura e più perfetta, immagine vivente dell’amicizia beata che regna in Cielo”.

“Ma che cosa fare per combattere gli amori futili, le stranezze, le pazzie, le brutture cui ho accennato?”, chiede il Santo savoiardo. Filotea deve volgersi dall’altra parte e subito si mette in preghiera davanti al Signore dove lei troverà rifugio da quelle “piccole volpi”. Non si deve scendere mai a patti con il nemico. In tali circostanze la Filotea dev’essere intransigente specialmente nel sentire degli inviti maliziosi che vengono dal male. Filotea deve anche ricordare che lei ha consacrato il suo cuore a Dio allora sarebbe “un sacrilegio sottrargliene anche una briciola soltanto”. Se è indispensabile per salvare la propria anima, Filotea è invitata anche di allontanarsi dalle persone che possono farla del male spiritualmente. Non deve avere nessun riguardo per un amore che è contrario all’amore di Dio.

La vera amicizia richiede un intenso scambio tra coloro che si vogliono bene. Questo è vero specialmente quando l’affetto tra i due amici arriva alla stima. In questo caso, allora, si rischia di aprire il cuore all’amico con molta larghezza e “con essa, entrano con facilità in noi tutte le sue tendenze e le sue opinioni, poco importa se siano buone o cattive”. A questo proposito e chiaro che si deve voler bene all’amico, nonostante le sue imperfezioni ma “non bisogna voler bene alle sue imperfezioni e prenderle su di noi; l’amicizia richiede che ci comunichiamo il bene, non il male”. Questo è da evitare. Ciascuno ne ha già abbastanza dei propri difetti; non c’è bisogno di caricarsi anche di quelli degli altri. L’amicizia vera “non soltanto non lo richiede, ma al contrario, ci obbliga a darci reciprocamente una mano per liberarci da tutte le forme di imperfezione. È fuor di dubbio che bisogna sopportare con dolcezza l’amico nelle sue imperfezioni, ma non incoraggiarlo in quelle, e ancor meno trasferirle in noi”. Questo per quello che riguarda le imperfezioni; per quello riguarda il peccato non bisogna accettarli e neanche sopportarli, anche da un amico. In questo caso, l’amico diventa nemico e allora merita di perdere la nostra amicizia.

Francesco di Sales non si fida della riforma esteriore
Il nostro Santo poi passa a parlare della mortificazione esteriore. Lui dice che disapprova i metodi usati da quelli che vogliono riformare l’uomo dall’esterno. Per riformare l’uomo si deve cominciare da dentro, dal cuore, perchè il cuore “è la sorgente la sorgente delle azioni, per cui le azioni sono secondo il cuore”. Il Singore chiede a ciascuno di noi di metterlo come sigillo sui nostri cuori. Chi ha Gesù nel cuore di conseguenza lo avrà subito in tutte le sue azioni. Siccome tutto quello che viene dal cuore è una riflessione della persona, il Santo desidera incidere un motto sul cuore di Filotea: Viva Gesù! In questo modo la vita di Filotea produrrà, in seguito, i furtti della vita devota. La Filotea possa così irradiare Gesù ovunque lei sia, in tutte le cose che dirà e che farà.

Il cuore, comunque, ha bisogno d’essere educato “su come darsi una linea di condotta e un comportamento, di modo che non si manifesti soltanto la santa devozione, ma anche una profonda saggezza con altrettanta discrezione”. Poi dà acluni consigli per arrivare a questo, specialmente sulla disciplina personale per mortificare il copro e i sensi: “il digiuno ci dà modo di dominare i nostri appetiti, e mantenere la sensualità e il corpo sottomessi allo spirito”. Ma anche il lavoro è essenziale per mortificare se stessi: “Se il lavoro che fai ti è necessario, o è molto utile alla gloria di Dio, sono dei parere che sia meglio per te affrontare la fatica del lavoro che quella del digiuno; questo è il pensiero della Chiesa...” Anzi, in alcune occasioni è meglio fare del bene tramite il lavoro proprio che digunare: “C’è chi fa fatica a digiunare, chi invece a servire gli ammalati, un altro a visitare i prigionieri, a confessare, a predicare, consolare gli afflitti, pregare ed altri esercizi simili: queste ultime fatiche valgono di più di quella del digiuno, perché, oltre a darci ugualmente il dominio sulla carne, in Più ci offrono frutti molto più apprezzabili”. Questo è un modo come sanare i nostri vizi. Più necessario, comunque, è purificare i propri affetti e rinnovare i propri cuori.

Ci sono due estremi da fuggire per aiutarsi nella vita devota, cioè ricercare le conversazioni e fuggirle. Perchè fuggire “dalla conversazione tradisce un senso di superiorità e disprezzo nei confronti del prossimo; la ricerca, per contro, tradisce tendenza all’ozio e alla professione di perditempo”. Si deve creare un bilancio tra le conversazioni e i momenti di solitudine personale.

Amare il prossimo è una priorità, ma amare noi stessi è anche importante. Occorre perciò di trovare dei momenti quando è necessario, che ci troviamo con noi stessi, invece che in compagnia del prossimo. Ci sono delle conversazioni cattive, specialmente quelle che tengono con “intenzione perversa”. Da queste si deve stare lontani. Ci sono anche conversazioni che “hanno il solo scopo di divertire”. Anche se queste ci aiutano a distrarci un pò dalle nostre preoccupazioni, non dobbiamo “consacrarci” ad esse. Le conversazioni utili sono quelle delle persone devote. È una grazia incontrasi con queste persone. Si incontra tutti con gioia e carità, eccetto con quelle persone che possono danneggiare la nostra anima.

Le conversazioni utili delle persone devote (Sliema promendade)
In oltre alla solitudine mentale – della quale lui aveva parlato precedentemente in un’altra parte – il Santo suggerisce anche la solitudine locale e reale, non una solitduine del deserto ma quella che si può fare anche nella propria stanza, nel giardino o altrove. In questi luoghi la Filotea avrà la possibilità di “...raccogliere il tuo spirito nel tuo cuore e ritemprare la tua anima con buoni propositi e santi pensieri, o con qualche buona lettura”. Apparte alcuni Santi che hanno usato questo modo, il Signore nostro Gesù Cristo è il nostro modello per eccellenza. Lui ci chiama ad andare in disparte e riposare un pò.

Volendo essere delle persone devote non si mostra soltanto nel parlare, nelle virtù e nella preghiera e i Sacramenti. L’impegno si dimostra anche nel modo uno veste. È importante come uno si mantiene esternamente e come mantiene anche l’ordine. Si deve vestirsi secondo la propria condizione.

Il parlare da indicazioni di quello che siamo veramente dal di dentro. I medici fanno un opinione su tutta la salute della persona guardando e esaminando la lingua della persona. Lo stesso va detto per le nostre parole: esse sono un esame di salute della nostra anima. Se Filotea ama Dio, essa deve parlare di Lui “nelle conversazioni familiari con i i tuoi domestici, con gli amici, con i vicini: perché, la bocca del giusto mediterà la sapienza, e la sua lingua parlerà con giudizio. A somiglianza delle api, che con la loro boccuccia trattano solo il miele, la tua lingua sarà sempre profumata del suo Dio, e il tuo più grande piacere sarà quello di sentir fluire dalle tue labbra lodi e benedizioni al suo nome, proprio come si dice di S. Francesco d’Assisi, il quale, dopo che aveva pronunciato il santo nome del Signore, ripassava la lingua sulle labbra per continuare ad assaporare la più grande dolcezza del mondo”.

Si deve rocrdare che sta parlando di Dio e perciò lo deve fare con devozione e rispetto, con spirito di dolcezza e carità e non con un tono di predicazione. E parlando di Dio e di devozione lo si deve fare con convinzione e attenzione, non per soddisfare se stessa. Lui dà questo parere per impedire la Filotea “di cadere in una sciocca vanità che si riscontra in molti che fanno professione di persone devote. Ad ogni piè sospinto dicono parole sante e piene di fervore, quasi per modo di battute, senza nemmeno pensarci. Dopo averle dette sono convinti di essere lo specchio delle parole che hanno detto; invece, proprio non lo sono!”

Filotea dev’essere attenta a non lasciar sfuggire alcuna parola sconveniente, anche se non c’è la cattiva intenzione, le persone possono capirla in un altro modo: “Se la parola sconveniente cade in un cuore debole, si estende e si allarga come una goccia d’olio su un lenzuolo; e qualche volta si impadronisce in modo tale del cuore da riempirlo di mille pensieri e tentazioni oscene”.

Come il veleno per il corpo entra dalla bocca, quello per il cuore entra dall’orecchio. Molte volte si “uccidono” le persone per colpa della lingua: “Se gli altri non sono morti non è perché mancasse la volontà di uccidere.Nessuno venga a dirmi che non ci pensa: Nostro Signore, che conosce i pensieri, ha detto che la bocca parla dell’abbondanza del cuore. Se il pensiero non ce lo mettiamo noi, sta pur certa che ce lo mette il diavolo e anche molto! t il suo segreto: servirsi di cattive parole per trafiggere i cuori di chi gli capita a tiro”.

Le parole indecenti non vanno neanche pensate. Ma se “queste parole indecenti sono dette di nascosto, in modo studiato e sottile, sono ancora più velenose; infatti più un dardo è appuntito e più profondamente penetra nel corpo; così, più una parola cattiva è sottile e più penetra nei nostri cuori”.

Un altro vizio da evitare è quello di essere beffardi. È uno dei difetti peggiori dello spirito e “Dio odia molto questo vizio e sappiamo che lo ha punito con castighi esemplari. Nessun vizio è così contrario alla carità, e più ancora alla devozione, quanto il disprezzo e la derisione del prossimo”. La derisione e la beffa sono un peccato molto grave e da evitare perchè la derisione è il modo peggiore con il quale uno può offendere il prossimo con le parole. Sono diversi gli scherzi che si fa con gli amici; ma anche in questi dobbiamo “stare attenti a non passare dagli scherzi sereni alla derisione. La derisione provoca al riso per mancanza di stima e per disprezzo del prossimo; invece la battuta allegra e la burla scherzosa provocano al riso per la “ trovata “, gli accostamenti imprevedibili fatti in confidenza e schiettezza amichevole; e sempre con molta cortesia di linguaggio”.

Il Signore ci invita di ascoltare cose buone
Il Signore ci invita di non giudicare per non essere giudicati. Il Santo dice che non dobbiamo giudare nessuno. I giudizi “temerari sono severamente riprovati da Dio! I giudizi emessi dai figli degli uomini sono temerari perché gli uomini non sono autorizzati ad emettere giudizi gli uni sugli altri”; il giudizio spetta soltanto a Dio. “Per non correre il rischio di essere giudicati, è assolutamente necessario evitare di giudicare gli altri: fermiamoci invece a giudicare noi stessi”. Noi facciamo il contrario: giudichiamo gli altri con prontezza e ci dimentichiamo del giudizio di noi stessi.

Quando facciamo dei giudizi temerari o per orgolio o per malizia, dobbiamo subito cercare di rimediare. Come? Se deve bere il sacro vino della carità, “ti libererai da quegli umori perversi che ti fanno dare giudizi temerari. La carità teme l’incontro con il male, tanto meno lo cerca; quando ci si imbatte volge altrove lo sguardo e fa finta di niente, anzi chiude gli occhi prima di vederlo, alle prime avvisaglie e finisce con il credere, con santa semplicità, che quello non era male, ma soltanto un’ombra o un fantasma del male; se poi l’evidenza la costringe ad ammettere che è proprio male, se ne allontana immediatamente e cerca di dimenticarne l’aspetto”. Per tutti i mali il grande rimedio è la carità; in modo particolare per questo. Il peccato del giudizio temerario è un’itterizia spirituale, che, agli occhi di coloro che ne sono affetti, trasforma tutte le cose in cattive; chi vuole guarirne, non deve curare gli occhi, ossia l’intelletto, ma gli affetti, che sono i piedi dell’anima: se i tuoi affetti sono dolci, se sono caritatevoli, anche i tuoi giudizi lo saranno.

Allora non è mai giusto giudicare il prossimo? Chiede il Santo. “No, mai! Dio solo, Filotea, che giudica i colpevoli secondo giustizia. È vero che si serve della voce dei magistrati per renderla intelligibile alle nostre orecchie: sono il suo tramite e i suoi interpreti e devono pronunciare soltanto quello che hanno sentito da Lui, quasi come oracoli. Se agiscono diversamente, seguendo le loro passioni, in tal caso chi giudica sono loro e dovranno renderne conto essendo a loro volta giudicati, perché agli uomini, in quanto uomini, è proibito di giudicare”.

«Agli uomini, in quanto uomini, è proibito di giudicare»
Il giudizio temerario porta alla maldicenza. Esso “causa preoccupazione, disprezzo del prossimo, orgoglio e compiacimento in se stessi e cento altri effetti negativi, tra i quali il primo posto spetta alla maldicenza, vera peste delle conversazioni”. Se riusciamo a liberarci delle maldicenze, il mondo sarebbe uno migliore! “Per questo ti scongiuro, carissima Filotea, di non sparlare mai di alcuno, né direttamente, né indirettamente. Sta attenta a non attribuire delitti e peccati inesistenti al prossimo, a non svelare quelli rimasti segreti, a non gonfiare quelli conosciuti, a non interpretare in senso negativo il bene fatto, a non negare il bene che sai esistere in qualcuno, a non fingere di ignorarlo, tanto meno poi devi sminuirlo a parole”. Se si agisce in questo modo agendo si offende seriamente Dio.

Non si devono dire delle cose sulle persone, anche se queste si vedono o si fanno nella nostra presenza. Francesco fa un esempio semplice “Non dire mai: Il tale è un ubriacone, anche se l’hai visto ubriaco davvero; quello è un adultero, perché l’hai visto in adulterio; è incestuoso perché l’hai sorpreso in quella disgrazia; una sola azione non ti autorizza a classificare la gente”. Generalizzare sulle persone, è un peccato grave. In questo modo “condanniamo” le persone per sempre e li facciamo male negli occhi degli altri.

Fuggire le maldeicenze è importante e se Filotea vuole fuggire “non devi favorire, accarezzare, e nutrire gli altri vizi; ma con semplicità e franchezza, devi dire male del male e biasimare le cose da biasimare; solo se agiamo in questo modo diamo gloria a Dio”. Filotea deve anche fare il discernimento oggettivo sulle le maldicenze che sente, cioè, non si deve credere a tutto e si deve pregare per il maldicente e di mostrare le cose positive nella persona accusata. In questo modo, la carità verso il prossimo è sublime.

Sintesi di Manuel Camilleri
Fotografia di Joe Boenzi

Thursday, November 24, 2011

Carità come la chiave; umiltà come il sole


La Filotea, Parte Terza, Capitoli 1-15
Gruppo in lingua italiana
Emmanuel Camilleri, Gabriel Stawowy


Emanuele e Gabriele

In questa parte, San Francesco introduce le virtù. Praticare le virtù è una scelta che va fatta con molta cura. Leggendo questa parte della Introduzione che parla su le virtù, abbiamo trovato molte similiarità con il testo di Giovanni Ruusbroec, Lo Splendore delle Nozze Spirituale. È interessante che Francesco, come Giovanni, mette la carità come la chiave per le altre virtù. Francesco scrive:
“Come la regina delle api non esce mai senza essere circondata da tutto il suo piccolo popolo, così la carità non entra mai in un cuore senza condurre al suo seguito tutte le altre virtù. Come un buon capitano le mantiene tutte in esercizio e le impiega in vari compiti...”. 

Il Santo insiste che la pratica delle piccole virtù nel quotidiano è importante se la Filotea vuole condurre una vita devota. Non perchè ci sono virtù superiori ad altri, ma perchè queste virtù sono richieste più frequentemente precisamente perchè entrano nel ordinario e non nello straordinario: “il fatto è che queste sono richieste con maggior frequenza. Lo zucchero è più buono del sale, ma il sale ha un impiego più frequente e più generale. Questa è la ragione per la quale occorre avere sempre pronta una buona provvista di queste virtù generali. Si può dire che il loro impiego sia necessario quasi ininterrottamente.” Per le altre virtù, Francesco suggerisce che non c’è bisogno di praticarle in ogni circostanza; questo è sbagliato. Filotea deve adeguarsi alle circostanze, cioè a “piangere con chi piange” e rallegrare con quelli che sono felici.

Filotea è invitata a praticare quelle virtù “più utili al compimento” del suo dovere, non a quelle che le piacciono di più anche se queste possono essere buone e raccomandabili. In questo modo lei si apre alla volontà divina. È quello che hanno fatto gli apostoli che: “istituiti per predicare il Vangelo e distribuire il pane celeste alle anime, giudicarono cosa molto ben fatta, per poter esercitare tale mansione senza distrazioni, tralasciare la pratica della virtù della cura dei poveri, che pure, in sé, è ottima.” Ogni stato di vita deve praticare una particolare virtù. Le virtù di un vescovo sono differenti da quelle di un soldato. Così le virtù sono vissute nelle proprie vocazioni. Importante che tra “le virtù che non riguardano in modo specifico il nostro stato, dobbiamo dare la preferenza alle migliori e non alle più appariscenti” cioè viverle per quelle che sono e non per essere lodevoli negli occhi degli altri: “Tu, Filotea, devi scegliere le virtù più consistenti, non quelle che godono di maggior stima; le più efficaci, non le più appariscenti; le migliori, non le più onorate.” Con questa affermazione, Francesco poi passa a dare esempi concreti dei santi che hanno vissuto qualche particolare virtù. I Santi, per Francesco, rimarrano sempre un punto di riferimento concreto per la vita devota. Invita anche la Filotea di praticare le virtù contrarie se cade in qualche vizio. In questo modo affila una particolare virtù che poi da sua parte aiuta le altre virtù a diventare più risplendenti.

I santi erano uomini e donne come noi, Francesco insiste. Molte volte loro hanno praticato le virtù in un modo imperfetto finche si sono accorti e hanno cambiato la pratica. Questo non ci deve scandarizzarci e allora da parete nostra non ci dobbiamo allora scandarizzare quando vediamo altre persone a praticare le virtù in modo imperfetto. Ma al livello personale, “dobbiamo impegnarci ad esercitarle molto seriamente, non soltanto con fedeltà, ma anche con prudenza.” Tutto questo va esguito sul parere del direttore spirituale.

Filotea non deve neanche andare a cercare qualche esperienza estatica o mistica; questa è data ad alcuni come un grazia del Singore. Filotea si deve concentrarsi sul amare Dio nel concreto, nella realtà: “Questa non è una ragione per esigere tali grazie, anche perché non sono in nessun modo necessarie per servire e amare Dio, che deve essere la nostra unica aspirazione.” Noi dobbiamo cercare di essere uomini e donne oneste “gente devota, uomini pii, donne pie; ecco perché dobbiamo impegnarci seriamente.” Se ci sarà data la grazia di elevarci in qualche esperienza mistica, allor questa è una grazia del Singore e si deve accetterla come tale. L’importante è di non essere presi dalla tentazione di cercare delle elevazioni straordinarie. Nel frattempo Filotea è invitata a cercare quelle piccole virtù che si esercitano nel quotidiano come la pazienza, la bontà, “la mortificazione del cuore, l’umiltà, l’obbedienza, la povertà, la castità, la dolcezza nei confronti del prossimo, la sopportazione delle sue imperfezioni, la diligenza e il fervore delle cose sante.”

La pazienza ci aiuta a possedere le nostre anime. La pazienza diventa più perfetta in questo modo. Dobbiamo spesso guardare il Signore che ha sofferto per noi tramite il quale lui ci ha salvati e cosi possiamo affrontare le prove di ogni giorno con pazienza. La pazienza non deve essere restretta a qualche inguria particolare ma a tutte quelle che il Singore desidera di mandare sulla nostra via. La pazienza, dunque, non è limitata. Non dobbiamo essere come quelli che desiderano di soffrire così che quando riescono a liberarsi troveranno onore e gloria. Ma l’uomo veramente “paziente, ossia chi vuole servire Dio, sopporta con animo uguale le tribolazioni unite al disonore e quelle che danno onore.” È già una prova grande sapportare le ingiurie delle persone cattive, ma sarebbe una prova più grande se quelli che ci fanno del male sono amici or parenti! Questa è la prova più grande per la pazienza!

Accettare la volontà di Dio siginifica essere pazienti, in tutte le tribolazioni. Filotea deve mostrarsi forte in tutte le circostanze, anche quando ci sono elle accuse serie nei suoi confronti. In certi casi è inutile dare delle spiegazioni a qualcuno che non vuole saperne; in tal caso, Filotea deve esercitarsi nella umiltà del cuore. Deve evitare di lamentarsi troppo, ma comunque dev’essere attenta dalle falze lamentele. Ci sono personi che decidono di non lamentarsi quando sono afflitti o malati perchè questo mostra che mancano di generozità o fermezza. Ma poi dentro il loro cuore desiderano tanto di essere al centro dell’attenzione. Questo è pazienza falza: “Il vero paziente non si lamenta del male e non desidera essere compatito; ne parla con naturalezza, sincerità e semplicità, senza lamenti, senza rimpianti, senza esagerazioni; se lo compatiscono, sopporta con pazienza i compatimenti, a meno che addirittura siano per mali che non ha; in tal caso, con molta umiltà, farà notare che quel male non l’ha e poi si manterrà con animo sereno nella pace tra la verità e la pazienza, ammettendo sì il male, ma senza lamentele.” Con la pazienza vera e autentica possiamo far nascere Gesù nel mondo. Il dolore del parto è molto forte, però quando la donna da vita ad una nuova creatura, tutto il dolore è dimenticato. Questo va detto anche per la pazienza personale: “Nella tua anima hai concepito il figlio più meraviglioso di questo mondo, Gesù Cristo. Prima che sia dato completamente alla luce e generato, può darsi che ti procuri ansia e sofferenza; ma fatti animo perché, passati quei dolori, ti rimarrà la gioia senza fine di aver dato tale uomo al mondo.” In fine, Filotea deve gurdare spesso a Cristo crocifisso e sofferente. Lei deve ricordarsi che le sue sofferenze non sono neanche comparabili con quelli del Signore. Lui ci da la consolazione nelle prove terrene.

L’umiltà esteriore ci aiuta a liberarci della vanagloria. Soltanto in questo modo noi possiamo ricevere la grazia di Dio nel nostro cuore. L’umiltà allontana Satana da noi e salvaguardia le grazie e i doni dello Spirto dentro di noi. L’umilità era il punto forte del nostro Singore, di sua Madre e dei Santi. Noi applichiamo la vanagloria, molte volte, per le cose che non possediamo dentro di noi o ad una cosa che ci appartiene e noi ci glorifichiamo in essa. Il Santo fà un paragone eccezionale in questo riguardo: “C’è gente che va superba e altera perché cavalca un bel destriero, perché ha un bel pennacchio sul cappello, perché indossa vestiti meravigliosi. Non ti pare che quella gente sia un po’ matta? Se proprio vogliamo parlare di gloria, spetta al cavallo, allo struzzo, al sarto. Ci vuole proprio un bel coraggio per prendere in prestito un po’ di stima da un cavallo, da una piuma, da una piega dell’abito!”. Dire altro è superfluo!

L’umiltà interiore va vissuta come una grazia di Dio. Molti pensano che i doni interiori che possiedono “perché temono di cadere nella vanagloria e nel vuoto compiacimento.” Ma loro sbagliano in questo riguardo. S. Tommaso d’Aquino dice che il mezzo per giungere all’amore di Dio è proprio tramite i suoi benefici. Niente ci può umiliarci effettivamente davanti a Dio come i fanno i suoi benefici e niente ci fà sentire profondamente umiliati davanti alla sua giustizia come fanno i nostri peccati. Ma dobbiamo pensare a quello che “Egli ha fatto per noi e a quello che noi abbiamo fatto contro di Lui; e, come dobbiamo pensare ai nostri peccati più piccoli, dobbiamo pensare alle sue grazie più piccole. Non dobbiamo temere che il conoscere i doni che ha posto in noi ci gonfi; è sufficiente che abbiamo sempre presente questa verità: ciò che di buono c’è in noi non viene da noi.” Dio è l’autore delle grazie e dei dono che noi possediamo dentro di noi; a Lui dobbiamo ringraziare e non i nostri meriti. Non dobbiamo essere persone che usano due faccie in situazioni diverse. Dobbiamo, invece, cercare di non parlare della nostra umiltà perchè essa si dimostra nelle cose che facciamo, nelle cose che diciamo e nei nostri comportamenti. Che siano gli altri ad osservarla in noi. Non dobbiamo usare una umiltà falsa e maliziosa, come quella di Acaz.

L’umiltà è il sole delle altre virtù. L’umiltà copre e nasconde, come il sole,  tutte le virtù e le perfezioni umane e le lascia apparire solo per il servizio della carità, “perché è una virtù del cielo, non della terra, divina, non umana: è il vero sole delle virtù sulle quali deve sempre brillare. Si può concludere che le forme di umiltà che portano pregiudizio alla carità, sono certamente false.”

Il Santo invita Filotea di amare l’abiezione sempre e in tutto. Ma che cosa vuol dire amare la propria abiezione? La risposta stà nella persona della Beata Vergine: “...la Madonna nel suo Cantico dice che, poiché il Signore ha visto l’umiltà della sua serva, tutte le generazioni la chiameranno beata, vuol dire che il Signore, con bontà, ha guardato la sua abiezione, la sua meschinità, la sua bassezza, per colmarla di grazia e di favori.” Ma c’è una differenza tra l’umiltà e l’abiezione: “l’abiezione è la pochezza, la bassezza e la meschinità che alberga in noi, senza che ci pensiamo; la virtù dell’umiltà invece, è la conoscenza veritiera e l’ammissione della nostra abiezione.” Quali sono allora le abiezioni migliori? “... quelle più utili all’anima e più gradite a Dio, sono quelle che incontriamo per caso o che sono legate alla nostra condizione; la ragione è che non le abbiamo scelte noi, ma le abbiamo ricevute come Dio ce le ha mandate. E Lui sa scegliere sempre meglio di noi.”

Come va conservato il buon nome praticando l’umiltà? L’umiltà non ci permette di avere una opinione personale sul nostro comportamento. Essa non deve andare a cercare l’onore o la gloria. Questi sono riservati a cose più eccellenti. Dobbiamo conservare le virtù perchè questo è che piace a Dio, l’oggetto delle nostre azioni. È importante difendere il Suo nome che il nostro: “nella difesa del nostro buon nome non dobbiamo essere troppo zelanti, esatti e puntigliosi”. Qesto non significa che non dobbiamo difenderci dalle callunie ma senza rabia o odio. Se facciamo della nostra reputazione un idolo, allora i nostri nemici diventano più gelosi. Guardiamo sempre l’esempio e nostro modello Gesù:
“...camminiamo al suo servizio con fiducia e semplicità, accompagnata da saggezza e devozione: sarà lui a proteggere il nostro buon nome. Se permette che ci sia tolto è solo per darcene uno migliore o per favorirci nella crescita dell’umiltà. Ricorda bene che un’oncia di umiltà vale più di mille libre di onore.” Se veniamo ripresi ingiustamente, ci dobbiamo opporre serenamente la verità alla calunnia; se persiste, insistiamo nell’umiltà. “Mettiamo il nostro buon nome, unitamente alla nostra anima nelle mani di Dio,; non potremo trovare migliore garanzia.”
Anche se siamo ingiurati, dobbiamo cercare di essere docili verso il nostro prossimo e controllare la nostra ira. L’umiltà ci fa perfetti davanti a Dio e la dolcezza ci fa crescere nella perfezione negli occhi del nostro prossimo. La dolcezza e la bonomia sono come l’olio che quando si mischia con l’aqua, remane sempre in superficie. La dolcezza e la bonomia “superano tutte le virtù ed eccellono quali splendidi fiori della carità che, stando a s. Bernardo, raggiunge la perfezione quando non è soltanto paziente, ma anche dolce e affabile.” Filotea deve salvaguardare questo olio.

Dobbiamo anche slavaguardarci dall’orgolio che è un risultato della nostra ira e mancanza d’umiltà. Invece quando “l’umiltà e la dolcezza sono vere e sincere ... ci difendono dal gonfiore e dal bruciore che le ingiurie abitualmente provocano nei nostri cuori. Ne consegue che se reagisci mostrandoti orgogliosa, gonfia d’ira, indispettita, allorché sei punta e morsicata dalle male lingue, vuole dire che la tua umiltà e la tua dolcezza non sono profonde e sincere ma soltanto superficiali ed epidermiche.”

La dolcezza è essenziale (Sacrofano)
La dolcezza verso noi stessi, allora, è essenziale. È uno “dei metodi più efficaci per conseguire la dolcezza è quello di esercitarla verso se stessi, non indispettendosi mai contro di sé e contro le proprie imperfezioni.” La ragione, si, detta che noi dobbiamo essere disgustati verso le nostre stesse imperfezioni, “ma non che ne proviamo un dispiacere distruttivo e disperato, carico di dispetto e di collera.” Se la ragione e la fede dettano che non dobbiamo mostrare questi sentimenti verso il prossimo, non li dobbiamo mostrare verso di noi stessi. Questi sentimenti verso di noi stessi portano all’orgoglio “e sono soltanto espressione di amor proprio, che si tormenta e si inquieta per le imperfezioni. Il dispiacere che dobbiamo avere per le nostre mancanze deve essere sereno, ponderato e fermo”. Le auto-correzioni “fatte con irruenza non sono proporzionate alle nostre colpe ma alle nostre inclinazioni.” Accettiamo iostri limiti con serenità e se cadiamo, rialziamoci con un cuore davvero pentito: “Rialza dunque dolcemente il tuo cuore quando cade, umiliati grandemente davanti a Dio alla conoscenza della tua miseria; ma non meravigliarti della tua caduta: è naturale che l’infermità sia malata, che la debolezza sia debole, e la miseria sia misera”.

Nel riguardo le nostre occupazioni, queste vanno affrontate con attenzione, ma senza precipitazione e fretta eccessiva. Dobbiamo essere come gli Angeli: “la cura e la diligenza sono espressione della loro carità, mentre l’ansia, l’apprensione e la fretta sarebbero contrarie al loro stato di beatitudine; giacché la cura e la diligenza possono essere compagne della serenità e della pace dello spirito; non invece l’ansia, la preoccupazione, e ancor meno l’angustia precipitosa.” Nelle nostre vicende quotidiane cerchiamo di accettare in pace le incombenze che ci capitano, e cerchiamo di portarle a termine con ordine, una dopo l’altra. Se cerchiamo di farle tutte in una volta e disordinatamente, faciamo soltanto sforzi che ci angustieranno e prostreranno il nostro spirito e finiamo quasi sempre schiacciati sotto il loro peso e senza risultato. Ecco perchè la nostra fede nella Provvidenza dev’essere sempre forte; noi dobbiamo soltanto mettere in pratica la nostra collaborazione.

Se la carità ci eleva alla perfezione, “l’obbedienza, la povertà e la castità sono i tre grandi mezzi per acquistarla”. L’obbedienza è il mezzo della consacrazione del nostro cuore. Essa può essere necessaria quando ubbidiamo umilmente ai nostri superiori, ecclesastici, civili o anche genitori o parenti. Essa “si chiama obbligatoria perché nessuno può dispensarsi dall’obbligo di ubbidire ai superiori sunnominati, perché è Dio che ha dato loro l’autorità di comandare e di governare, ognuno nei suoi limiti. Fa dunque quello che ti è comandato. È necessario.” Obbediamo anche quando le cose  sono indifferenti “quali indossare un abito anziché un altro” ma “anche nelle cose difficili, aspre e dure; quella sarà un’obbedienza perfetta”. E dobbiamo obbedire con amore verso Colui che si è fatto ubbidiente fino alla morte di Croce.

L’ubbidienza è volontaria quando “non ci è imposta da alcuno. Abitualmente il principe e il vescovo non li scegliamo noi, né il padre, né la madre; qualche volta nemmeno il marito” ma scegliamo il nostro direttore spirituale e il nostro confessore; questa è una scelta volontaria. Può darsi anche che scegliamo di fare un voto che gli ubbidiamo sempre; ma è sempre un obbedienza volontaria. Per esercitare o praticare le devozioni è sempre meglio appoggiarsi sul parere del direttore spirituale.

La castità è neccessaria se vogliamo vivere un vita devota autentica. Questa virtù è il giglio delle virtù. La castità è anche consciuta come onestà e sarebbe un onore praticarla. È anche integrità e il suo opposto è la corruzione. Francesco dice che nel matrimonio è lecito esperienzare il piacere perchè il matrimonio “con la sua santità, compensa il discredito insito nel piacere” anche se nel matrimonio ci dev’essere sempre un intenzione virtuosa. Un cuore casto è una gemma che deve soltanto permettere quello che scende dal cielo. Fuori dal matrimonio non è mai permessibile tollerare dei pensieri cattivi.
Ci sono tre gradi di questa virtù nel matrimonio:

  • In questo grado la Filotea dev’essere in guardia di non “accogliere in te alcun genere di piacere inammissibile e proibito, quali sono tutti quelli che si prendono fuori del matrimonio, o anche nel matrimonio, se si prendono contro le regole del matrimonio”.
  • Nel secondo grado “taglia, per quanto ti sarà possibile, anche i piaceri inutili e superflui, benché permessi e leciti”.
  • Nel terzo grado: “non legare il tuo affetto ai piaceri e alle soddisfazioni che sono comandate e prescritte; è vero che bisogna prendere i piaceri necessari, ossia quelli che sono legati al fine e alla natura stessa del santo matrimonio, ma non per questo devi impegnare in essi il cuore e lo spirito”.

Del resto, tutti hanno molto bisogno di questa virtù. Le vedove devono avere una castità corragiosa. Come si conserva la frutta intaccata usando lo zucchero o il miele, così anche per la castità “non ancora ferita e contaminata: sono tanti i modi per conservarla, ma una volta intaccata, può conservarla soltanto una devozione eccellente che, come ho detto spesso, è l’autentico miele e lo zucchero delle anime”.  Le vergini, invece, hanno bisogno di bandire dalle loro mente ogni pensiero che non è degno del loro stato, che “stiano bene attente; senza alcun dubbio dovranno sempre avere per certo che la castità è incomparabilmente molto meglio di tutto ciò che le è contrario”. Non si avvicinano troppo al fuoco, altrimenti si bruciano. Gli sposati possono anche loro vivere la castità. Per loro la castità non significa astinenza totale, ma significa moderazione. Tutte le persone in queste categorie sono chiamati alla castità. È il modo anche sicuro per vedere Dio e di vivere in Lui.

Flotea è invitata a conservare la castità, di stare lontana da tutto quello che può danneggiare questa virtù. Il nostro corpo è fragile e perciò va protetto. Le confidenze, anche quelle che prevengono dagli amici, sono pericolosi “La castità ha la sua radice nel cuore, ma è il corpo la sua abitazione; ecco perché si perde a causa dei sensi esteriori del corpo e per i pensieri e i desideri del cuore. Guardare, ascoltare, parlare, odorare, toccare cose disoneste è impudicizia se il cuore vi si immerge e ci prende piacere”. La castità comunque non è da conservare nel corpo ma anche nel cuore; e fa l’esempio di un santo “S. Basilio, che disse un giorno, parlando di se stesso: Non ho mai conosciuto donne eppure non sono vergine”. La castità si può perdere in tanti modi. Allora ci vuole sempre la prudenza nel parlare, nell’agire, nel sentire. Per difendersi bene in questa virtù, Filotea dev’anche scegliere bene gli amici e le persone che frequenta: “non frequentare le persone licenziose, soprattutto se in più, sono anche svergognate, il che avviene quasi sempre; sai perché? Sono come i caproni che, leccando i mandorli dolci, li rendono amari”. Alla fine, essa è invitata, ancora una volta, ad essere vicina a Gesù crocifisso, tramite la meditazione e più realmente tramite la Santa Comunione “perché allo stesso modo che coloro i quali si coricano sull’erba detta “agnus castus” diventano casti e puri, se tu riposi il cuore su Nostro Signore, che è il vero Agnello casto e immacolato, scoprirai presto che la tua anima e il tuo corpo sono mondati da tutte le sozzure e le sensualità”.

Posa il cuore tuo nel cuore di Gesù (SDB HuaHin) 
Si può essere ricchi e allo stesso tempo poveri nello spirito? Secondo il nostro Santo, quest è possibile e fattibile. Il Singore stesso dice che sono beati i poveri in spirito. Perciò quelli che sono ricchi in spirito vivono l’inferno in questo mondo! Che è ricco nello spirito? “Il ricco di spirito è quello che ha le ricchezze nel cuore e il cuore nelle ricchezze; il povero di spirito è colui che non ha né le ricchezze nel cuore, né il cuore nelle ricchezze”. Il cuore della Filotea dev’essere aperto soltanto verso il cielo e impenetrabile alle ricchezze. Anche se possiede tante cose, Filotea deve allontanarsi il cuore da essi.

C’è una differenza tra possedere del veleno ed essere avvelenata. Non si lasci che le ricchezze diventino il veleno per la sua anima: “”Essere ricco di fatto e povero nel cuore è una gran fortuna per il cristiano; in tal modo ha gli agi della ricchezza in questo mondo e il merito della povertà per ‘altro!”

C’è gente che trovano difficoltà ad ammettere che sono avari. L’avarizia “è una febbre maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili” e Filotea deve cercare di starne lontana da essa. Se si possiedono delle cose si deve acquistarli e usarli in un modo giusto. Ma dev’essere sempre il distaccamento del cuore dalle cose. Le cose acquistate giustamente devono essere usate per il bene degli altri e con carità: “sono d’accordo che tu abbia cura di accrescere il tuo patrimonio e le tue possibilità, ma sempre con giustizia, con calma e carità”. Da altra parte, non è saggio desiderare le cose che non possiede and non è saggio neanche impegnarsi il cuore sulle cose che possiede.

Come praticare la povertà genuina? Filotea deve avere cura a vedere che le cose che possiede, rendono frutti con i quali si possono aiutare gli altri. Qual è la ragione? Perchè tutto quello che noi possediamo non è nostro “Dio ce l’ha affidato e vuole che lo rendiamo fruttuoso e utile; se ne abbiamo cura per bene il nostro servizio gli sarà accetto. Deve essere una cura maggiore e più continua di quella che la gente del mondo ha per i propri beni. Essi si impegnano soltanto per amore di se stessi, noi invece lavoriamo per amore di Dio” implicando così – con l’Appostolo – che quelli che desiderano la vita devota devono pensare diversamente da altre persone: noi siamo nel mondo, ma non siamo di questo mondo. Liberare il cuore da alcune cose che ne possiede aiuta la Filotea di non attacarsi troppo a questo mondo e alle cose materiali: “dobbiamo molto spesso praticare una povertà reale ed effettiva, pur vivendo circondati da tutte le ricchezze che Dio ci ha dato. Comincia col disfarti di un po’ dei tuoi beni dandoli di tutto cuore ai poveri: “...dare significa impoverirsi nella misura in cui si dà, e più darai e più sarai povera. È vero che Dio ti ricompenserà, non soltanto nell’altro mondo, ma anche in questo; infatti niente rende gli affari tanto prosperi quanto l’elemosina. Tuttavia, in attesa mancherai di quello che hai dato! Ed è una santa e ricca povertà quella procurata dall’elemosina”.


Sintesi di Manny
Servizio fotografico di Joe


Tuesday, November 22, 2011

La preghiera e i sacramenti


La Filotea – Seconda Parte, Cap. 12-21
Gruppo in lingua italiana: 
Emmanuel Camilleri, Joachim Tshibangu Tshibanda e Gabriel Stawowy

Il Santo aiuta Filotea a progredire spiritualmente introducendola a un modo sicuro per arrivarci. Questo modo è sicuro perché si fa nella presenza di Dio, Lui che la guarda e le mostra tanto amore. Questo guardare è un atto di amore fra l’anima e il Creatore; l’amore qua è circolare e reciproco. Non c’è bisogno di andare in qualche posto di solitudine: il cuore ha la capacità d’essere questo posto. Perciò, Filotea non deve distaccarsi dal quotidiano, ma proprio nel quotidiano che lei incontra Dio. Il discorso del e sul cuore si fa più intenso. Usa l’espressione cuore a cuore (forse per la prima volta nella Introduzione), cioè in quella intimità dove nessun’altro può entrarci, dove l’anima s’incontra veramente con il Signore. Questo è il raccoglimento spirituale.

Il raccoglimento in Dio aiuta l’anima ad aspirare a Lui. Ma c’è anche una circolarità: ci aspiriamo a Lui per trovare raccoglimento in Lui. Questi due movimenti nascono dai buoni pensieri. Allora se Filotea aspira spesso a Dio, essa si aiuta a liberarsi dai pensieri cattivi. Un metodo per aiutare Filotea è quello delle orazioni giaculatorie. Queste preghiere, piccole, corte, con una prontezza che si balza dal cuore, contengono in esse la capacità di entrare in dialogo continuo con il Signore. Non c’è bisogno di legare il cuore ad una sola orazione giaculatoria, ma l’anima si lascia ispirare in quel momento. Le persone che si amano di un amore umano hanno quasi costantemente il pensiero rivolto alla persona che amano. Così anche quelli che amano Dio non possono passare un momento senza a pensare a Lui. Ecco perché le orazioni hanno un grande significato: esse ci aiutano a pensare a Lui in ogni momento. Il Santo poi provvede molti esempi di Santi e Sante che hanno usato il metodo del raccoglimento spirituale e delle giaculatorie: “Nell’esercizio del raccoglimento spirituale e delle preghiere giaculatorie si trova la profonda radice della devozione” e lui permette anche che “può supplire alla mancanza di tutte le altre forme di orazione. Ma se manca questo non c’è modo di rimediare”.

Nel prossimo capitolo, il Santo savoiardo da delle indicazioni sul come si ascolta la Santa Messa. Anche se usa un tono catechetico, le parole sono belle e edificanti. La Santa Messa è “sole degli esercizi spirituali: il santissimo e sommo Sacrificio e Sacramento ... centro della religione cristiana, cuore della devozione, anima della pietà, mistero ineffabile che manifesta l’abisso della carità divina; per suo mezzo Dio si unisce realmente a noi e ci comunica, in modo meraviglioso, le sue grazie e i suoi doni”. Ma non soltanto questo: la preghiera personale unita alla Santa Messa ha un potere inestimabile ed è “motivo di grande felicità per un’anima offrire devotamente i propri affetti per u n bene così prezioso e desiderabile”.

Francesco invita Filotea di fare uno sforzo per andare a Messa ogni giorno. Se c’è qualcosa che la impedisce, egli invita di essere presente con “il cuore” e in spirito. Il Santo usa un itinerario per aiutare Filotea a vivere bene l’esperienza della Santa Messa. Sono sei i “gradini” o momenti che egli suggerisce:

  1. Si prepara con il sacerdote. Mettersi alla presenza di Dio, umile, indegna e chiedere il perdono.
  2. Dall’ingresso fino al Vangelo si contempla e si considera la venuta e la vita di Nostro Signore in questo mondo.
  3. Dal Vangelo fino al Credo si considera la predicazione del Singore. Filotea è invitata ad affermare che è pronto di vivere o di morire fedele e obbediente alla Chiesa di Cristo.
  4. Dal Vangelo fino al Padre Nostro deve applicare il cuore per contemplare i misteri della passione e morte di Gesù Cristo – due momenti “attuati e essenzialmente rappresentati in questo santo Sacrificio”.
  5. Dopo il Padre Nostro fino alla Comunione “impegnati a far nascere nel cuore mille slanci; esprimi il desiderio ardente di giungere ad essere per sempre unita al Salvatore in un amore eterno”.
  6. Dalla Comunione alla fine della Messa si ringrazia il Signore Gesù per la sua incarnazione, vita, passione, e morte e per il suo amore, implorandolo di essere misericordioso verso di lei, la sua famiglia e la Chiesa.


Filotea è invitata a mettere le sue intenzioni sull’altare come offerta che si unisce al Sacrificio della Messa. Questo itinerario imita nella struttura i classici itinerari proposti da alcuni scrittori mitici. Ma il Santo li adatta in un modo molto semplice per aiutare Filotea a vivere l’Eucaristia.

Co-cathedral of St John, Valetta
Francesco prosegue a parlare di altri esercizi pubblici e comuni. Lui invita che oltre alla Santa Messa sarebbe di grande profitto per l’anima a partecipare alla recita del ufficio delle ore e per i vespri. Questi sono giorni “consacrati a Dio e bisogna fare qualcosa di più in suo onore e gloria”. Sono atti pubblici raccomandati dal Santo perchè “si ricava sempre maggior frutto e più consolazione dalle celebrazioni pubbliche della Chiesa, che non dalle devozioni personali; perché Dio ha così voluto dando la preferenza assoluta agli atti di comunità su quelli privati”. Qui richiama il fatto che Filotea fa parte di una realtà più grande di sè: sentirsi parte di una comunità è importante per l’edificazione personale. Le Confraternite anche sono un mezzo per aiutare Filotea a co-operare con altri nelle opera di carità.
I Santi sono i nostri modelli e Filotea deve rivolgersi anche a loro. Ma non soltanto a loro ma anche agli Angeli e le anime di quelli che si trovano già in Paradiso, che sono come gli angeli. il collocamento con i defunti indica la speranza escatologica che noi dobbiamo avere. Tra i santi poi, la Santa Vergine dev’essere invocata, Lei che è Madre di Dio e nostra madre ci assiste con il suo amore materno.
La Parola di Dio dev’essere sempre ascoltata è accolta con reverenza e attenzione. La giovane Filotea è invitata a farne buon uso della Parola specialmente nel suo cuore. Accoglierla come l’ha accolta la Beata Vergine. Anche libri di devozione e le vite dei Santi sono un aiuto. Le vite dei Santi sono come lo specchio nel quale Filotea può vedere l’immagine della vita Cristiana, cercando di adattarla e applicare le loro azioni nella propria vita.

Le ispirazioni sono “gli inviti, i movimenti, i rimproveri, i rimorsi interiori, i lumi e le cognizioni che Dio genera in noi prevenendo il nostro cuore con le sue benedizioni, con attenzione e affetto di Padre per svegliarci, scuoterci, spingerci, attirarci verso la virtù, l’amore celeste, i buoni propositi: in breve, verso tutto ciò che ci mette in cammino per il nostro bene eterno”. Le ispirazioni sono come una proposta di matrimonio: c’è la proposta da parte dell’uomo; la donna approva questa proposta; essa accetta l’uomo. Lo stesso fa Dio con noi: quando vuole “compiere in noi, per mezzo di noi e con noi un’opera di rilievo, in primo luogo ce la propone ispirandocela; poi tocca a noi esprimerci dicendo se ci piace; in terzo luogo aderiamo con il sì”. Lo stesso processo lo seguiamo per cadere nel peccato: anche qui i processi sono tre. Quando cadiamo nel peccato noi siamo tentati, accettiamo il piacere del peccato, e diamo il nostro consenso. Ci sono comunque tre gradini anche verso le virtù: “...l’ispirazione, che è il contrario della tentazione; il compiacimento nell’ispirazione che è il contrario del compiacimento nella tentazione; il consenso all’ispirazione, che è il contrario del consenso alla tentazione”. Dobbiamo sempre trovare la gioia dentro le ispirazioni e accettarle da Dio. Appena si accettano, si devono attuare subito, senza esitazione: “questo è il culmine della virtù autentica. Consentire nel cuore senza passare ai fatti, è come piantare una vigna senza volerne frutto”.

San Francesco poi passa ancora a parlare della Santa Confessione, della sua necessità nella vita autentica e devota, della grazia che essa porta con se.  Dopo di questo, parla della Comunione frequente. È interessanti come il Santo suggerisce questo, considerando che al suo tempo non si usava molto questa pratica. La ragione principale che il Santo suggerisce è che: “Il Salvatore ha istituito l’augusto sacramento dell’Eucaristia, che contiene realmente la sua carne e il suo sangue, affinché chi ne mangia viva eternamente. Ecco perché, chiunque vi ricorre spesso con devozione, rinforza talmente la salute e la vitalità dell’anima, che è quasi impossibile che rimanga avvelenata dai cattivi affetti di qualunque sorta siano”.

Egli dà lo stesso parere di Sant’Agostino che scrive: “Io non lodo e non biasimo il fatto di ricevere la comunione eucaristica tutti i giorni; ma consiglio ed esorto ciascuno a fare la comunione tutte le Domeniche, purché lo spirito non abbia affetti al peccato”. Il Santo di Savoia lascia la scelta nelle mani del direttore spirituale, che per il Santo è una figura importante se uno vuole riuscire nella vita devota. La decisione per ricevere la Santa Comunione va presa dopo “aver preso in esame lo stato interiore di ciascuno in particolare”. Lui non generalizza ma scende nel personale, cioè è consapevole che le anime hanno disposizioni diverse: “Sarebbe imprudente consigliare a tutti indiscriminatamente la comunione frequente; ma sarebbe ugualmente imprudente biasimare chi la facesse, soprattutto quando c’è di mezzo il parere di un prudente direttore di spirito”. Francesco esorta Filotea “...falla anche tu più spesso che puoi. Giacché, io lo credo, tu non hai alcun affetto al peccato mortale, e nemmeno al peccato veniale, sei nella disposizione richiesta da S. Agostino, e anche qualcosa di più; perché non solo non hai l’affetto a peccare, ma non hai nemmeno l’affetto al peccato. Sicché se il tuo padre spirituale lo trova bene, puoi fare la comunione anche più spesso di ogni domenica”. Se ci sono delle difficoltà che possono sorgere da quelli che vivono intorno alla Filotea, egli l’esorta di ascoltare il direttore spirituale. Sembra che il Santo non incoraggia Filotea di essere un mezzo di scandalo per gli altri: “e coloro cui devi obbedienza e rispetto siano così mal istruiti e così strani da sentirsi inquieti e turbati nel vederti fare la comunione così spesso, nel caso, tutto considerato, sarà bene andare incontro alla loro malattia e fare la comunione soltanto ogni quindici giorni; ciò solo nel caso che la difficoltà non possa esse superata in altro modo. In questo campo non bisogna dare direttive generali, occorre stare a quanto dice il padre spirituale; tuttavia mi sento in obbligo di affermare con certezza che la massima distanza tra una comunione e l’altra non deve superare il mese, almeno in quelli che intendono servire Dio devotamente”. Insiste molto sulla persona del direttore spirituale e il suo parere. Lui non promuove la comunione giornaliera; era consapevole come la pensava la gente a quel tempo. Perciò lascia la decisione fra l’anima e il direttore. Le disposizioni dell’anima, però, devono essere quelli giusti: “Per fare la comunione ogni otto giorni occorre non avere peccati mortali e non avere affetto al peccato veniale, e avere un grande desiderio di fare la comunione; ma per fare la comunione tutti i giorni, oltre a ciò, bisogna aver superato la maggior parte delle cattive inclinazioni ed avere il parere favorevole del padre spirituale”.

La messa quotidiana a St Patricks a Sliema

La preparazione per la Santa Comunione è perciò essenziale: “La preparazione alla santa Comunione comincia la sera precedente,(come era usanza a quel tempo) con molte aspirazioni e slanci d’amore”. La mattina, poi, si deve accostare alla confessione prima di ricever la Comunione. Poi si riceve la Comunione con tanta profonda devozione: “...non muovere più né la testa né le labbra, non per pregare e ancor meno per sospirare, ma apri dolcemente e mediamente la bocca e, alzando la testa quel tanto che basta perché il sacerdote veda quello che fa, ricevi piena di fede, di speranza e di carità Colui al quale, il quale, per il quale e nel quale tu credi, speri, bruci d’amore”. Dopo si rende omaggio al Signore e ringraziarlo per questo grande dono e fare una intenzione particolare: “La tua prima intenzione nella comunione deve essere di progredire, fortificarti e stabilizzarti nell’amore di Dio; perché quello che ti è dato soltanto per amore, tu lo devi ricevere con amore”. Se Filotea incontra qualcuno che la chiede perchè riceve spesso la Comunione, essa deve rispondere che lo fa per imparare a amare Dio: “per purificarti dalle imperfezioni, per liberarti dalle miserie, per consolarti nelle afflizioni, per trovare sostegno nelle debolezze”. Secondo il Santo sono due le categorie di persone che devono fare spesso la comunione: “i perfetti, perché, essendo ben disposti, farebbero molto male a non accostarsi alla sorgente della perfezione; e gli imperfetti, per poter camminare verso la perfezione; i forti per non rischiare di scoprirsi deboli, e i deboli per diventare forti; i malati per guarire e i sani per non ammalarsi; tu poi, creatura imperfetta, debole e ammalata, hai bisogno di comunicare spesso con la perfezione, la forza e il medico”. Questa dev’essere la risposta di Filotea.

La Santa Comunione aiuta Filotea a rimanere pura nel cuore e nell’anima. Essa è una protezione sicura contro le insidie del male.

Manny Camilleri

Testo di Emmanuel Camilleri
Foto di Joe Boenzi